Il tumore del pancreas è uno dei tumori più difficili da trattare. Una delle ragioni è che, nella maggior parte dei casi, le cellule tumorali hanno una sorta di acceleratore bloccato. Questo acceleratore si chiama RAS.
In una cellula normale, RAS funziona come un interruttore: si accende quando serve trasmettere un segnale di crescita e poi si spegne.
Nel tumore del pancreas, invece, questo meccanismo spesso si rompe. In oltre il 90% dei casi sono presenti alterazioni della via di RAS, frequentemente a carico del gene KRAS, che possono mantenere continuamente attivo il segnale di crescita.
È come avere il pedale dell’acceleratore incastrato: la cellula continua a ricevere lo stesso messaggio.
Cresci. Dividiti. Continua ad andare avanti.
Un bersaglio noto, ma quasi impossibile da colpire
A questo punto la domanda sembra ovvia: se conosciamo l’acceleratore, perché non bloccarlo?
È quello che i ricercatori cercano di fare da decenni.
Il problema è che RAS è una proteina particolarmente difficile da raggiungere con un farmaco. Possiamo immaginarla come una superficie quasi completamente liscia: sappiamo che è lì, ma è difficile trovare una “presa” a cui una molecola possa agganciarsi.
Per questo RAS è stata a lungo considerata uno dei bersagli più difficili dell’oncologia.
Negli ultimi anni, però, qualcosa è cambiato. Ed è qui che entra in scena daraxonrasib.
Come funziona?
Daraxonrasib appartiene a una nuova generazione di farmaci progettati per colpire RAS nella sua forma attiva, quella che sta inviando alla cellula il segnale di crescita.
Torniamo alla metafora dell’automobile: se RAS è l’acceleratore rimasto premuto, daraxonrasib cerca di interferire con il meccanismo che continua a mantenerlo attivo.
La caratteristica interessante è che non punta a una sola specifica mutazione, ma può interferire con diverse forme di RAS.
Una buona idea biologica, però, non basta. Bisogna dimostrare che funzioni davvero nei pazienti.
Il test decisivo
È quello che è successo nello studio di fase III RASolute 302, presentato all’ASCO 2026.
Lo studio ha coinvolto 500 pazienti con tumore del pancreas metastatico già trattati in precedenza.
Una parte ha ricevuto daraxonrasib, assunto per bocca. L’altra ha ricevuto una chemioterapia standard.
L’obiettivo era semplice: capire se il nuovo farmaco riuscisse a far vivere i pazienti più a lungo. I risultati hanno attirato molta attenzione.
La sopravvivenza mediana è stata di 13,2 mesi con daraxonrasib, rispetto a 6,7 mesi con la chemioterapia. Quasi il doppio.
Anche il tempo trascorso prima che la malattia ricominciasse a progredire è aumentato: 7,2 mesi contro 3,6 mesi.
Inoltre, circa il 30% dei pazienti trattati con daraxonrasib ha mostrato una riduzione significativa del tumore, rispetto all’11% nel gruppo trattato con chemioterapia.
Numeri particolarmente importanti in una malattia dove, dopo il fallimento del primo trattamento, le opzioni terapeutiche restano limitate.
Perché questa scoperta è importante?
Il punto non è soltanto avere un nuovo farmaco, è ciò che questo farmaco riesce a colpire. Per decenni abbiamo saputo che RAS è uno dei principali motori molecolari del tumore del pancreas, senza riuscire davvero a sfruttare questa conoscenza per trattare i pazienti. È un po’ come sapere quale interruttore alimenta una macchina, ma non riuscire ad arrivarci.
Daraxonrasib mostra che quella barriera può essere superata. Questo non significa che il tumore del pancreas sia diventato improvvisamente facile da trattare. E non significa che il nuovo farmaco sia una cura.
La malattia può ancora progredire e non tutti i pazienti rispondono.
Ma riuscire a colpire direttamente uno dei meccanismi che alimentano la crescita del tumore rappresenta un passo importante.
Dall’ASCO all’approvazione
I risultati sono stati presentati all’ASCO, l’Associazione di Oncologia Clinica Americana, il 31 maggio 2026.
Meno di tre mesi dopo, il 26 agosto 2026, la Food and Drug Administration statunitense ha approvato daraxonrasib per alcuni pazienti adulti con adenocarcinoma pancreatico metastatico.
L’approvazione riguarda pazienti già sottoposti ad almeno una precedente terapia sistemica oppure non candidabili a una terapia sistemica con più farmaci.
Questo non significa che il trattamento sia automaticamente disponibile anche in Europa o in Italia: le autorità regolatorie seguono processi differenti.
Ma il passaggio da studio sperimentale a terapia approvata negli Stati Uniti è stato estremamente rapido.
Un nuovo capitolo?
Forse la parte più interessante della storia non è nemmeno il passaggio da 6,7 a 13,2 mesi. È quello che c’è dietro.
Per anni RAS è stata uno dei grandi problemi irrisolti della ricerca oncologica: un bersaglio fondamentale, ma estremamente difficile da raggiungere.
Ora abbiamo una dimostrazione, in uno studio di fase III, che colpire direttamente questo “acceleratore” può tradursi in un beneficio concreto per i pazienti. Non è la fine della storia.
Ma potrebbe essere l’inizio di un nuovo capitolo nella cura del tumore del pancreas.
Fonti
- O’Reilly EM, Wainberg ZA, Hendifar AE, et al. Daraxonrasib or Chemotherapy in Previously Treated Metastatic Pancreatic Cancer. New England Journal of Medicine. 2026;395:325–337. DOI: 10.1056/NEJMoa2605555.
- American Society of Clinical Oncology. Oral targeted therapy slows pancreatic cancer growth, improves overall survival – RASolute 302. ASCO, 2026.
- U.S. Food and Drug Administration. FDA approves daraxonrasib for metastatic pancreatic adenocarcinoma.26 August 2026.
- Sivakumar S. Breaking the RAS Barrier in Pancreatic Cancer. New England Journal of Medicine. 2026;395:400–401. DOI: 10.1056/NEJMe2606948.